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School of Lez Rock by SilviettaRock: Innuendo, Queen

 C'e' qualcosa di strano in questo autunno..c'e' un'atmosfera naturalmente cupa, resa ancora piu' malinconica da cio' che in questo 2020 siamo costretti nostro malgrado a vivere, vedere, respirare. Ma c'e' quella scialuppa di salvataggio chiamata musica alla quale sempre piu' ci aggrappiamo, la salvifica tavola di legno che a Rose ha portato bene in "Titanic" ( a Jack un po' meno, a onor del vero )..C'e' la musica quando esprimiamo emozioni, quando sognamo, quando andiamo alla deriva, quando vogliamo pensare meno ma ascoltare di piu'.."These are the days of our lives"..che ci piaccia o no, Kids..

Oggi il nostro viaggio musicale si ferma in un nuovo porto:

LETTERA I - Innuendo dei Queen


Io non vorrei parlarvi dei Queen..non perche' non li ritenga un gran gruppo, ma perche' essenzialmente e' sempre molto, molto difficile toccare certi livelli senza "sporcarsi", senza rischiare di cadere nella banalita', o peggio, nel luogo comune. Senza inevitabilmente far storcere il naso a qualcuno.

Ci provo, perche' sono una teacher capocciona e pure un po' incosciente, e perche' alla fine ci sono album che vanno ascoltati, a prescindere dai gusti personali, masticati ed assaporati per comprenderne il senso, la storia, l'innegabile valore. Non vi parlo dei Queen dall'inizio..la loro storia e' immensa ed attraversa decenni..Oggi faccio un salto immaginario ed arrivo direttamente al finale..all'ultimo vero album di questa band britannica. E a cio' che si e' trovata inaspettatamente a vivere e ad affrontare.

La formazione e' storica, di quelle da sapere a memoria: Freddie Mercury alla voce, Brian May alla chitarra, John Deacon al basso e Roger Taylor alla batteria. Un quartetto consolidato che ormai da un ventennio macina successi e solca palchi. Una voce, quella di Freddie, che sembra un dono divino. Ed una vita, la sua, che di divino ha ben poco.

Siamo nel 1989, i Queen hanno appena pubblicato "The Miracle", il loro tredicesimo album al quale pero' stranamente non segue un tour promozionale. Freddie dirada sempre piu' le sue apparizioni in pubblico, e quando sceglie di uscire e mostrarsi, e' difficile ignorare il suo fisico piu' esile e quella folta barba che sostituisce ora i suoi leggendari baffi. La stampa conosce Freddie, ne conosce l'omosessualita' e la vita spesso dissoluta. Certa stampa, quella votata al sensazionalismo, quella dalla quale il gruppo prende profonde distanze, ne sottolinea le evidenti precarie condizioni di salute. Ci marcia. Ci specula. Perche' sul finire degli anni '80 si sanno gia' molte cose. Ma non tutte. Ci sono termini medici che lasciano spazio ad ignoranti illazioni, a vaghe supposizioni. Paroloni come "sieropositivita' " ed "HIV" che non si e' pronti ad ascoltare, figuriamoci a comprendere.

Nel marzo del 1989 Mercury e' gia' malato e debilitato, quando la sieropositivita' al virus Hiv si trasforma in AIDS conclamato. La stampa non deve sapere. Ma gli altri tre membri del gruppo..beh..quelli si..loro hanno il diritto di sapere. E come tutte le band che si rispettino si chiudono attorno a lui come un guscio protettivo, per preservarlo, per attutire i colpi esterni alla sua nuova e soprattutto fisica fragilita'. Mentono a tutti, persino alle loro famiglie, perche' Freddie non vuole che il mondo invada la sua vita privata. La' fuori sanno gia' tanto. Troppo. E non capirebbero. Questa unione diventa nuova forza. E questa forza denota conseguentemente ancor piu' unione.


I Queen ora hanno bisogno di un nuovo album, forse l'ultimo, forse..chissa'..Si ritirano in Svizzera con il materiale a disposizione. Ora piu' che mai Freddie ha bisogno di registrare, per darsi qualcosa da fare, un motivo per alzarsi la mattina. Non sempre il fisico lo sorregge..fatica a stare in piedi per troppo tempo, ma non si lamenta. Per andare avanti gli bastano la sua vodka ed il suo microfono.

Tutti sono purtroppo consapevoli che il fenomenale cantante se ne sta andando, e la consapevolezza di giocarsi l'ultima carta, di suggellare con un ultimo superbo affresco una carriera esaltante, diventa la costante di questo lavoro in studio, il leit motiv che li porta a comporre un disco bellissimo, dalle sonorita' mutevoli, a volte oscuro e malinconico, altre piu' fresco e quasi gioioso. Con quell'alternanza che e' la vita di per se'. 

Non e' una sfida. I Queen non sono mai stati un gruppo disposto ad accettare un'esistenza tranquilla, fatta di dischi sempre uguali. E non si preoccupano di dimostrare qualcosa. Piuttosto di scendere a compromessi hanno sempre scelto la strada piu' impervia della sperimentazione, inventando sonorita' spesso capaci di anticipare le mode. E cosi' fanno anche questa volta, decisi a regalare a loro stessi ed ai loro fans una fine degna di quel nome. La Regina della musica, delle folle sterminate ai concerti, degna di canzoni che sono diventate storia.

Il disco e' programmato per la pubblicazione entro novembre, ma il declino della salute di Mercury costringe i produttori e la band a rimandarne l'uscita al febbraio del 1991. E proprio il 4 febbraio esce INNUENDO. Innuendo come allusione, doppio senso. Anche insinuazione verso le tradizioni stagne, le superstizioni. Un invito a togliere le maschere, a vivere una vita coraggiosa per essere davvero liberi. 

Sembra una parola italiana questo "innuendo"..quasi un verbo coniugato al gerundio..e non siamo molto lontani, perche' l'origine del termine e' infatti latina ..dal verbo "innuere" - fare segno, lasciare intendere con un gesto. Il gesto con il quale i Queen ci regalano un album dotato di tutte le qualita' che nella loro prolifica ed influente discografia hanno mostrato finora al mondo: rock progressivo ed elementi di dramma, con testi ed arrangiamenti che rappresentano una rottura con gli album piu' recenti ed i successi pop.

Nulla e' lasciato al caso, ogni nota, ogni suono, ogni sussurro e' studiato al dettaglio; ma questo non porta Innuendo ad essere freddo e distaccato. Lo rende invece pressoché perfetto.

Significativamente i testi sono piu' sobri e riflessivi, direttamente o indirettamente influenzati dalle condizioni di Mercury. Nelle tracce si percepisce il desiderio di ciascun membro di riflettere su temi importanti come la mortalita' il vivere la vita al massimo ricordando pero' il proprio passato. E quel timore oscuro e poco velato dell'arrivo della morte imminente.

La prima delle 12 tracce e' proprio la title-track INNUENDO, considerata la "Bohemian Rapsody" degli anni '90 per le molte analogie che presenta con quest'ultima, tra cui anche la lunghezza. Inizia in crescendo, citando non troppo velatamente e coraggiosamente "Kashmir" dei Led Zeppelin, dei quali Freddie e Brian sono grandi estimatori e non ne fanno mistero, ma con l'approccio e la facilita' d'ascolto che rappresentano il marchio di fabbrica dei Queen. Il brano ci proietta su livelli di assoluta eccellenza, verso la creazione della contorta genialita' di Freddie e dei suoi tre compagni di viaggio.

Un brano che e' tutto e niente al contempo; musicalmente priva di un filo conduttore nell'eterogenea commistione di stili ( dall'hard rock del pezzo portante, alle parti di flamenco, operetta e progressive rock del tronco centrale ), ma nell'insieme cosi' completa e perfetta.

La canzone scaturisce da una jam session tra May, Deacon e Taylor. Ascoltandoli, Freddie ha l'idea della melodia e di una parte del testo, poi completato dal bassista. Ad arricchire il pezzo l'inserimento dell'assolo di chitarra classica ad opera di Steve Howe, leggendario chitarrista degli Yes. Nel 1992, in occasione del Freddie Mercury Tribute, gli stessi May, Deacon e Taylor affideranno Innuendo proprio a Robert Plant, che sfortunatamente lascia ai presenti una prova piuttosto insoddisfacente, salvandosi solo con una versione della zeppeliniana " Thank you" che sfuma in una splendida interpretazione di "Crazy little thing called love".


I'M GOING SLIGHTLY MAD e' un tipico brano " pazzo", sul genere di quelli che in passato avevano rappresentato un momento immancabile negli album dei Queen, fatto di folle divertimento ed estrema sperimentazione. Sonorita' malinconiche che riportano alla mente quei film americani degli anni '50. Si dice che alcune parti del testo siano state scritte estraendo a caso alcune frasi senza senso vergate dai quattro e buttate dentro una scatola. In maniera folle e visionaria si fa comunque riferimento alla situazione fisica ed emotiva di Freddie. Che sceglie di cantare al mondo, ben prima dell'annuncio ufficiale, di essere ormai arrivato a un punto dal quale non e' piu' possibile tornare indietro. Un viaggio nella follia di una mente geniale oramai irrimediabilmente malata. Un uomo vissuto per anni al centro del palco, alla luce dei riflettori, che tiene per se' la sua zona d'ombra in un amaro retroscena di sentimenti e sofferenze.


Non mancano nell'album canzoni potenti come il rock granitico di HEADLONG, brano scritto da May per il suo album solista e che solo in un secondo momento viene qui inserito, dopo averlo fatto provare vocalmente a Freddie. Una prova pura e sanguigna di hard rock, dall'incedere sempre piu' coinvolgente ; o I CAN'T LIVE WITH YOU che nelle parti corali ricorda vagamente "Somebody to love" mentre Mercury incanta come sempre con acuti caldi e potenti.

L'atmosfera si fa gotica, a tratti oscura e decadente, in DON'T TRY SO HARD, lenta e molto melodica, unisce i toni di una ballad al cantato in falsetti di Freddie, creando un contrasto che estrania l'ascoltatore.

Un mondo sognante ed emotivamente incredibile come in RIDE THE WILD WIND, in cui atmosfere rarefatte fanno affiorare ancora la solenne e maestosa malinconia che caratterizza quest'ultimo lavoro.


A Roger Taylor viene dato merito di aver scritto THESE ARE THE DAYS OF OUR LIVES, altra ballad dalle sonorita' leggere e delicate. Ispiratagli dai figli, ed in particolare da come la genitorialita' lo abbia spinto a ripensare alla propria vita. Il testo risulta molto triste e, vista la situazione, le parole cantate da Freddie diventano pesanti come macigni. Lo stesso videoclip a corredo del pezzo, l'ultimo realizzato con Mercury ancora in vita, diventa straziante e pieno di significato: l'ultima definitiva immagine che di lui ci lascia, apparendo in tutta la sua debolezza, mostrandosi al mondo scheletrico, pallido e visibilmente rigido. Un ultimo infinito sguardo con gli occhi lucidi, e quel "I still love you" sussurrato che non lascia spazio ad altri finali alternativi.

L'album si avvia verso la sua conclusione, passando anche attraverso brani meno impegnativi, come DELILAH, la dichiarazione che Freddie fa al suo gatto preferito, compagno di vita, coinquilino e suo inconsapevole spettatore. Nonostante la band tenti in tutti i modi di tenere fuori il brano dalla track list, alla fine la spunta il nostro Farrokh, ottenendo anche da May un suono personalissimo della sua 6 corde che ricorda proprio il miagolare di un gatto.


La traccia piu' emozionante e potente arriva sul finale con THE SHOW MUST GO ON, dove Freddie affronta la sfida vocale raggiungendo note mai raggiunte prima. Il pezzo viene erroneamente considerato come il suo testamento, ma e' scritta da May e a lui dedicata, in qualita' di compagno di mille avventure. E' una canzone capace di attraversare epoche e significati come pochi altri brani nella storia del rock. Brian presenta a Freddie un demo in falsetto, con vocalita' estremamente alte, nell'incapacita' di nascondere le proprie perplessità ad un compagno fortemente debilitato, riguardo la possibilità che riesca ad eseguire quel range vocale. 

In tutta risposta Mercury tracanna un bicchiere di vodka e con un tranquillizzante " Cazzo se ce la faccio,  tesoro!" si avvia a registrare la sua parte. 

Bellissimo il testo in cui Brian May quasi ci convince che i Queen e Freddie siano qualche cosa di immortale; un inno alla vita, il coraggio di resistere e di andare avanti senza arrendersi mai.

" Inside my heart is breaking, my make-up maybe flaking, but my smile still stays on". Lo spettacolo deve continuare. L'Aids sta distruggendo un sogno, ma non riesce ad intaccare quella voce unica.


Tutto ha un inizio ed una fine. Sette mesi dopo la pubblicazione dell'album Freddie lascia questo mondo per diventare mito. I Queen finiscono purtroppo qui. Dopo di lui cala il sipario.

"Innuendo" sembra essere il canto del cigno del gruppo come lo conoscevamo. Ci si chiede quale fosse l'allusione, l'insinuazione che la band decise di riversare in questo album: l'apparenza sta crollando, ma l'autenticità, la vera essenza dell'essere di Freddie sono ancora qui, in piedi fino alla fine.

Parlavamo prima di annate difficili, di salvataggi musicali. Probabilmente questa e' stata la zattera che ha tenuto a galla i Queen, che li ha portati a riva passando attraverso una tempesta davvero inaspettata e maledettamente perfetta.Sulla spiaggia restano una scialuppa ammaccata, ed un canto terreno di uomo fattosi divino.

Spero di aver accarezzato Freddie con la dovuta delicatezza.

Allo prossima rockin' Kids🤘

Silvietta Rock

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