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School of Lez Rock By SilviettaRock : The Joshua Tree, U2

Buongiorno Kids! La Teacher latitante e' tornata per parlarvi di musica e raccontarvi qualche storiella dal sapore rock. Siamo quasi al giro di boa di questo strano percorso e tra mille dubbi e perplessita' ho pensato che, a prescindere dal genere in cui vogliate collocare questo gruppo, non potevo esimermi dal parlarvene. Quindi..eccoci qui con la nostra complicata lettera J. 

THE JOSHUA TREE - U2

..Eh beh..direte voi..come potevano mancare i riottosi U2 proprio in questo periodo di rivolte, schede riconteggiate e sommosse popolari per il diritto all'abbraccio? "Dove c'e' Barilla, c'e' casa" diceva un noto spot.."Dove c'e' lotta, c'e' Bono" ribattiamo noi che ci cibiamo piu' di musica che di carboidrati. E che negli anni abbiamo imparato a conoscere il carattere rivoluzionario di un leader capoccione e votato all'uso metaforico di megafono e slogan. Ma Bono non e' solo in questo suo percorso e da sempre si avvale dell'appoggio di un gruppo storico, solido ed altrettanto conosciuto. Perche' a differenza delle alternanze piu' o meno volute di altre band, gli U2 sono e restano da sempre loro: Bono alla voce, The Edge alla chitarra, Adam Clayton al basso e Larry Mullen alla batteria.

Siamo nel pieno degli anni '80, nella piu' pura e spesso cupa immersione nel pop. Ed in questi anni il pop e' veramente pop: allucinazione plasticosa, piacevole finche' volete, ma facilone e davvero poco innovativo. Ballato, ascoltato, emulato, stravissuto. Gli U2 sono reduci da un periodo in costante ascesa, gia' gruppo di culto grazie allo splendido "War", folgorati dall'incontro col maestro Brian Eno. Sono ragazzi irlandesi determinati e piuttosto rockeggianti negli intenti e si avviano presto a diventare il gruppo simbolo di un decennio alle prime note di "Pride" nel loro ennesimo lavoro " The unforgettable fire". Un album storico. Un pezzo che ognuno di noi ha urlato al cielo almeno una volta nella vita.


Ma a Bono e compagni questo sembra non bastare. Vogliono costruire qualcosa di diverso, partendo da atmosfere sperimentali e spesso sfuocate per focalizzarsi su un suono piu' duro e definito. E' un lavoro di ricerca preciso e serrato tra le radici della musica statunitense: il blues, il country, il gospel, la pop music americana degli anni '50. Continuano a frequentare ed ascoltare i conterranei irlandesi , scoprendo una sorta di sonorita' indigena mescolata con il folk statunitense. Hanno amici di non poco conto i nostri ragazzi: Bob Dylan, Van Morrison, Keith Richards..E tutti li spingono a guardare alle radici del rock ed in particolare suggeriscono a Bono di dar prova del suo talento di autore di testi e canzoni.


Ed esattamente qui inizia la mia ardua impresa di parlarvi di un album storico, considerato da molti il miglior lavoro degli U2 e piu' in generale uno dei migliori della storia della musica. Perche' il 9 Marzo 1987 esce THE JOSHUA TREE. E, fidatevi, e' un album importantissimo, enorme, che a distanza di oltre 30 anni mantiene intatta tutta la propria forza ed il proprio significato. Cambiano i personaggi, ma restano gli intenti storici ed il punto di vista polemico e di protesta. Un lavoro che non invecchia e ci riporta ancora all'attualita' dei nostri giorni.


Si, perche' Mr. Bono fumantino era e fumantino resta eh, ma diciamo che all'epoca ancora era in fase "esplorativa" e conoscitiva. THE JOSHUA TREE e' lo specchio dello speciale rapporto che lega gli U2 agli States: e' un disco americano fin dal titolo, ed e' americano nelle musiche e nei temi. E' la storia , il percorso di 4 ragazzi irlandesi partiti con la valigia dei sogni ed approdati nella terra dello Zio Sam, decantata patria della realizzazione onirica. Ma che in America ci arrivano e ci vivono da stranieri in terra straniera. Inevitabilmente. Coraggiosamente. La sensazione di inadeguatezza e' prevalente in tutto l'album. Perche' l'America con una mano ti prende il bagaglio in un gesto di generosa accoglienza e tolleranza, e con l'altra ti porge un tacito accordo di guerra e belligeranza sociale. Quello che gli U2 scoprono nella loro personale storia di migrazione li rende piu' vivi ed allo stesso tempo piu' arrabbiati; si contrappongono in loro il fascino profondo della campagna americana, l'adorazione degli spazi immensi, la liberta' e cio' che essa rappresenta. Ma anche la conseguente antipatia verso gli Stati Uniti e la rabbia per la politica estera delegata in questo momento al cowboy Ronald Reagan ed alla sua discutibile amministrazione. La bellezza selvaggia, la ricchezza culturale, il vuoto spirituale e la feroce violenza dell'America vengono esplorati per ottenere degli effetti di fatto, primo su tutti smantellare la mitologia, ed ispirarsi piu' alla geografia che alla gente.


Obiettivo piuttosto pretenzioso, ma gli U2 sono irlandesi, mica fuffa, e geneticamente determinati. E contestano e protestano a modo loro: con la musica. In origine l'album ha un altro titolo.."The Two Americas" ..o forse un meno pitico "Desert Songs". E non a caso. Perche' gli spazi selvaggi e sterminati dell'America fanno da scenario dominante ad un insieme di riflessioni, racconti ed invettive a nervi scoperti tipici del post - punk, intrecciati a tessiture sonore blues con vocazione pop. Ma e' proprio girovagando tra deserti californiani che vengono colpiti dalla presenza costante di un albero, la Yucca Brevifolia, detta anche Albero di Giosuè ( Joshua Tree appunto ). Una pianta che si trova ovunque in quel nulla, e che di quel nulla sembra esserne il simbolo.

Non faccio Angela di cognome, ma sappiate che sto per partire con un intermezzo di cultura generale dettato piu' dal mio spirito da "maestrina" che dalla reale utilita' ai fini della comprensione di questo album..Pero' mi sembrava giusto rendervi edotti che l'albero di Giosue' in questione deve il proprio nome alla sua conformazione ed ai suoi rami innalzati verso il cielo in una strana quanto religiosa similitudine con le braccia del biblico Giosue' levate nell'atto di pregare, e che, nonostante la desertica ambientazione, puo' vivere fino a 150 anni. Lo si trova in una zona della California che dal 1994 e' diventata un parco nazionale, chiamato proprio Joshua Tree National Park, e comprende il deserto del Mojave, luogo mitico dell'epopea western dove avra' sicuramente cavalcato in lungo ed in largo il cappellaccio del nostro President Ronald, e la cittadina di Indio, domicilio del piu' conosciuto Festival Coachella. ALE'. Pero', di grazia, non sognatevi nemmeno di partire zaino in spalla alla spasmodica ricerca dell'albero famigerato, perche' ( ahinoi! ) ci ha gia' pensato qualcuno in un impeto di fanatismo acuto, mutilando, disboscando e depredando mezzo parco. E senza nemmeno la reale certezza fosse proprio quello l'albero. Temo nemmeno Bono potesse dirlo con irlandese sicumera e cipiglio. La copertina e' il risultato di 20 minuti in posa con la biblica pianta, al freddo invernale, senza cappotti per dare l'impressione fossero in un deserto. Se mai vi siete chiesti o vi chiederete perche' gli U2 in copertina abbiano quell'aria cupa..Ecco..sappiate che altro non era che principio di ipotermia.


Torniamo al nostro album, dunque, che si compone di 11 brani di grande qualita' ed equilibrio. Tecnologicamente innovativo, un rock piu' complesso che rinuncia parzialmente alle schitarrate di The Edge ( a ben vedere la vera anima musicale del gruppo ) in favore di canzoni piu' calibrate e sperimentali; politicamente schierato nel tentativo ben riuscito di cantare l'America e di rileggerla a modo loro raffigurandola con un punto di vista europeo. I testi di Bono, che fanno della critica sociopolitica la tematica principale, sono fra i piu' belli e passionali che abbia mai scritto. Spiritualmente consapevole in un percorso in controtendenza nel decennio frivolo per antonomasia. Ma un album anche radio friendly, che grazie all'immediatezza dei singoli in uscita, proietta la band in una realta' del tutto nuova, fatta di folle entusiaste e del contagio di una vera e propria "U2 mania", paragonabile solo ai precedenti di beatlesiana memoria. Il livello degli 11 brani si mantiene costantemente alto, non ci sono cadute di stile, e nell'insieme offre pezzi memorabili e che tutti portiamo come bagaglio musicale nella nostra personale esperienza. 

A leggere la title track dopo anni sembra di trovarsi di fronte ad un riuscito " best of", realizzando poi che i primi tre brani di questo album sono tre successi assoluti degli U2.

WHERE THE STREETS HAVE NO NAME e' una canzone ispirata dal viaggio in Etiopia che Bono compi' assieme alla moglie durante il tour del Live Aid al seguito di Amnesty International. Il titolo riprende una storia ascoltata da Bono che riguardava Belfast ed il fatto che ogni via della citta' denotava lo stato sociale, economico ed il cerdo religioso dei suoi abitanti. Sceglie quindi di scrivere un pezzo su un posto dove le vie non hanno un nome e dove ognuno puo' vivere senza etichette prestabilite. 

L'uscita del singolo rimane impressa per l'iconico e celeberrimo videoclip in cui gli U2, seguendo l'esempio dei Beatles, suonano sopra ad un tetto di Los Angeles, con buona pace di tutti gli ausiliari del traffico dell'intero isolato. L'intro e' da antologia del rock: l'organo in dissolvenza, l'arpeggio di The Edge, la batteria marziale di Larry Mullen preparano il terreno ad una delle performance vocali piu' memorabili di Bono.


Nemmeno il tempo di riprendere fiato, ed ecco sopraggiungere il gospel rock di I STILL HAVEN'T FOUND WHAT I'M LOOKING FOR, la missione di The Edge di scrivere la canzone live definitiva degli U2. Uno scioglilingua per la sezione ritmica, che porto' il produttore Brian Eno ad avere quasi una crisi di nervi per tale complessita'. Il tema del brano si sviluppa sulla difficolta' del credente di mantenere salda la sua fede in Dio.


E poi..BOOM! Arriva lei..la canzone del cuore di questo album..E non provateci nemmeno a dire di non averla mai sentita, cantata, dedicata, amata, registrata, masterizzata..Perche' se volete posso credere non conosciate a memoria le parole di Albachiara..ma questo sarebbe davvero troppo! 

WITH OR WITHOUT YOU, la ballad straccia- fazzoletti, struggente ed anticonvenzionale, che ti aspetteresti di sentire in chiesa, piu' che in radio; con un testo che si presta a due diverse interpretazioni: la fine dolorosa di una storia d'amore ed una riflessione sulla religione. Anche se noi, rock romantici, lo sappiamo bene che l'ipotesi piu' quotata e' solo una: amore folle terminato in un PUFF! e conseguente pioggia di lacrime davanti ad una lettera, inappetenza e sconforto stile "emo"..dai..QUESTA e' la sola interpretazione plausibile..no way! 

Volendo aggiungere una postilla a questo pezzo, posso raccontarvi che viene annoverata negli annali musicali, oltre che per essere stata eletta la canzone piu' celebre degli U2, anche per l'utilizzo del prototipo di uno strumento chiamato "infinite guitar", che con un sistema di amplificazione elettronica integrato permetteva di suonare le note in maniera infinita, appunto. Uno strumento impressionante ma talmente sperimentale da essere rischioso per la salute: un solo filo mal posizionato poteva causare scariche di elettricita'. Privo delle piu' elementari norme di sicurezza. Abbiamo rischiato che quel suono fantasma di chitarra lo suonasse il fantasma di The Edge. E la storia sarebbe stata poi un filino diversa.

Dopo  questi tre pezzoni, ci rituffiamo nella contestazione con BULLET THE BLUE SKY, ispirata dai viaggi a San Salvador ed in Nicaragua, terre di mezzo dove Bono assiste in prima persona alle angherie alle quali sono sottoposti i contadini nei conflitti interni, soldati involontari di una guerra civile scatenata dall'imperialismo reaganiano.


Leggerezza manco a parlarne nei brani successivi di questo album, dove nell'ordine vengono affrontati:

 il tema della droga in RUNNING TO STAND STILL, grido d'aiuto di una dipendenza da eroina dublinese; 

la situazione precaria dei minatori del Regno Unito durante il secondo mandato del governo Thatcher in RED HILL MINING TOWN;

l'omaggio alle madri dei desaparecidos sudamericani nella bellissima MOTHERS OF THE DISAPPEARED.

Sono pezzi a tratti concitati, a tratti tenebrosi ed angoscianti. Nei ritornelli Bono lascia esplodere la propria voce in tutta la sua collerica potenza, donandoci spesso un senso di vuoto e di smarrimento.


In THE JOSHUA TREE c'e' spazio anche per l'ispirazione cinematografica con EXIT, che richiama il thriller del 1955  "La morte corre sul fiume", storia di un uomo di religione che diventa omicida. Probabilmente la canzone piu' cruda ed esplosiva di tutto il repertorio della band, c he denuncia le atrocita' compiute nel mondo in nome del sentimento religioso. Musicalmente ci riporta alla mente un claustrofobico climax alla Joy Division, guidato dal basso di Clayton che ripete ossessivamente le stesse note per tutta la durata del brano.


Resta solo poi la traccia forse piu' emblematica, ONE TREE HILL, dedica e menzione speciale a Greg Carrol, uno degli assistenti della band che morì in un incidente in moto a Dublino proprio mentre faceva una commissione per Bono. Il giovane maori Carrol era natio della Nuova Zelanda e non a caso il titolo ci riporta alla collina di Auckland dove Greg fara' ritorno accompagnato da Larry Mullen e dallo stesso Bono, che durante il rito funebre sceglie di cantare le personali versioni di Let it be e Knockin' on Heaven's door.


Tutto l'album viene dedicato alla memoria di Carrol, copertina compresa, dove campeggia quel paesaggio desertico che sembra descrivere e simboleggiare lo stato d'animo instabile dello stesso leader, dopo un anno orribile.

Bono si ritrova a destreggiarsi fra il suo matrimonio pieno di scossoni, il carico di lavoro e la morte dell'amico, in quello che sembra un vero e proprio deserto dei sentimenti. Un deserto che, al contrario, nello stato d'animo giusto, rappresenta anche una metafora positiva, come una tela bianca sulla quale dipingere qualunque cosa.

Nel gioco dei SE FOSSE, The Joshua Tree sarebbe uno scatto di Helmut Newton, con la sua incantata estetica; assomiglierebbe al viaggio cinematografico alle origini di se' rappresentato dal meraviglioso "Into the wild" di Sean Penn; potrebbe trovare lettura tra le strade di un romanzo di Hemingway..quelle strade senza nome declamate da Bono.. 

E se fosse musica..beh..credo sarebbe esattamente cio' che e': poesia.


Buon proseguimento Kids!

La vostra SilviettaRock 🤘

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